Sono tanti gli artisti che raccontano il proprio tempo. Più raramente, ci sono quelli che, quasi senza accorgersene, raccontano quello che verrà.
Saverio Ungheri appartiene a questa seconda categoria.
Me ne rendo conto ogni volta che torno a guardare le sue opere: hanno qualcosa di stranamente contemporaneo. Le forme, i materiali, il movimento, l’idea stessa di mettere in relazione arte, corpo, tecnologia e spazio sembrano parlare un linguaggio che riconosciamo immediatamente come nostro. Eppure molte di quelle opere hanno diversi decenni.
È anche per questo che, quando penso a Ungheri, il primo luogo che mi viene in mente non è una mostra, ma il Polmone Pulsante.
Il Polmone Pulsante
Il Polmone Pulsante è molto più di uno spazio dedicato all’arte. È una parte della storia artistica e culturale di Roma e, per me, è anche un luogo al quale sono particolarmente affezionata e con il quale collaboro con grande piacere.
Fu Saverio Ungheri, insieme alla moglie Teresa Nasso, a fondarlo nel 1976. Nato inizialmente in via Nomentana e successivamente trasferito nella sede di Salita del Grillo, nel cuore della Suburra, il Polmone Pulsante è diventato nel tempo un punto di riferimento per la ricerca e la promozione delle arti.
Oggi è Andrea Ungheri, figlio di Saverio, che porta avanti il progetto di suo padre con grande passione e dedizione.
Polmone Pulsante, già il nome dice molto.
Un polmone è qualcosa che respira. Qualcosa che si muove continuamente, anche quando non ce ne accorgiamo.
E “pulsante” aggiunge l’idea di un organismo vivo, in movimento.
Non mi sembra affatto casuale, pensando alla ricerca artistica di Ungheri.
Perché anche le sue opere sembrano voler respirare, muoversi, reagire. Non sono semplicemente oggetti da osservare: in molti casi entrano in funzione, producono movimento, suoni, effetti luminosi. La materia prende vita.
Il Polmone Pulsante nasce dunque anche come estensione naturale della sua idea di arte: un luogo in cui la ricerca non è qualcosa di statico, ma continua a trasformarsi.
Saverio Ungheri, un artista arrivato prima

La parola che userei più volentieri per descrivere Ungheri è anticipatore.
Non soltanto perché alcune sue opere, viste oggi, sembrano incredibilmente attuali. Ma perché Ungheri aveva intuito molto presto che il rapporto tra arte e tecnologia sarebbe diventato uno dei grandi temi della contemporaneità.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, mentre il mondo guardava con crescente interesse alla conquista dello spazio e alle nuove frontiere della scienza, Ungheri partecipò alla ricerca dell’Astralismo e fu tra i firmatari del relativo manifesto.
Era un periodo in cui l’idea del cosmo, dell’infinito e dell’esplorazione di mondi sconosciuti entrava prepotentemente nell’immaginario collettivo.
Ungheri la trasformò in materia artistica.
Ma la ricerca non si fermò qui.
La sua curiosità lo portò verso l’arte cinetica, verso il movimento e verso l’utilizzo di materiali e meccanismi capaci di modificare la percezione dell’opera. Da questa ricerca nacquero anche le sue celebri sculture pulsanti e quella particolare concezione che definì Arte bionika.
Ed è proprio davanti a queste opere che il tempo sembra fare uno strano giro.
Guardandole oggi, alcune potrebbero tranquillamente essere scambiate per lavori realizzati negli ultimi anni. Parlano di organismi artificiali, di tecnologia, di trasformazione, di una possibile fusione tra naturale e meccanico.
Solo che Ungheri queste cose le stava sperimentando molti decenni fa.
Quello che oggi ci sembra familiare, allora poteva apparire quasi fantascientifico.
Quando l’oggetto diventa vita
C’è un aspetto della ricerca di Ungheri che trovo particolarmente affascinante: il suo modo di utilizzare la tecnologia senza trasformarla in qualcosa di freddo.
Il movimento delle sue sculture non è fine a se stesso.
Serve a dare vita alla materia.
Da qui nasce quell’idea di arte “pulsante” che è diventata una delle caratteristiche più riconoscibili della sua produzione. Oggetti, materiali e forme vengono trasformati in qualcosa che sembra quasi avere un proprio respiro.
È una ricerca sorprendentemente attuale anche perché oggi viviamo immersi in un mondo nel quale il confine tra naturale e artificiale è diventato sempre più sottile.
Ungheri, in qualche modo, aveva già cominciato a interrogarsi su questo confine.
E forse è proprio questa la ragione per cui le sue opere non sembrano invecchiate.
Non hanno bisogno di essere attualizzate.
Sono arrivate prima.

Un’opera anche nei Musei Vaticani
Il percorso artistico di Ungheri comprende inoltre una testimonianza di particolare prestigio: un suo autoritratto è conservato nelle collezioni dei Musei Vaticani.
È un dettaglio che contribuisce a restituire la dimensione del suo percorso e la varietà della sua produzione, che non si è limitata alla sperimentazione astratta e cinetica, ma ha attraversato ambiti differenti, compresa la ricerca nell’arte sacra.
Eppure, al di là delle singole opere e delle istituzioni che le conservano, quello che continua a colpirmi maggiormente è la coerenza della sua ricerca.
Ungheri sembra aver avuto una domanda sempre presente: come può l’arte trasformarsi insieme all’uomo e al mondo che lo circonda?
È una domanda che, a distanza di decenni, non ha perso affatto la sua attualità.
La mostra: “100 anni di futuro”

È quindi con particolare piacere che guardo alla mostra “Saverio Ungheri. 100 anni di futuro”, che celebra proprio in questi giorni e fino all’11 ottobre a Roma – nel Padiglione 9b del Mattatoio – il centenario della nascita dell’artista.
Il titolo è quasi una dichiarazione di intenti.
“100 anni di futuro” perché raccontare Ungheri oggi significa soprattutto rendersi conto di quanto fosse avanti rispetto al proprio tempo.
La mostra porta l’attenzione sul suo lungo percorso artistico, dalle prime esperienze fino alle ricerche più sperimentali, attraverso opere che permettono di seguire l’evoluzione della sua idea di arte.
E, soprattutto, offre l’occasione di vedere da vicino quel particolare universo fatto di forme, materia, movimento e immaginazione che ancora oggi riesce a sorprendere.
Per me, però, la mostra è anche un punto di arrivo.
Il punto di partenza resta il Polmone Pulsante, perché è lì che si trova una parte essenziale dell’eredità di Ungheri: non soltanto nelle opere, ma nella volontà di creare uno spazio capace di far circolare idee, incontri e ricerca.
Un piccolo dettaglio che per me significa molto
C’è poi una cosa che mi fa particolarmente piacere ed è la mia presenza all’interno del progetto attraverso l’inserimento del mio logo personale sul colophon che accoglie i visitatori della mostra.
Essere menzionati all’interno di un programma dedicato a un artista come Saverio Ungheri e alla sua attività rappresenta una cosa di cui sono sinceramente grata.
Ringrazio molto Andrea Ungheri per questo.
Perché oggi vale la pena riscoprire Ungheri
Forse il modo migliore per avvicinarsi a Saverio Ungheri è non cercare di inserirlo a tutti i costi in una categoria.
Astralismo, arte cinetica, Arte bionika, scultura, pittura, sperimentazione.
Sono tutte definizioni utili, ma nessuna, da sola, riesce a raccontarlo completamente.
Ungheri era soprattutto un ricercatore.
Uno di quegli artisti che non si accontentano di ripetere ciò che già conoscono e che hanno bisogno, continuamente, di provare una strada diversa.
Ed è proprio questo che rende la sua opera così interessante oggi. Perché alcune intuizioni che potevano sembrare visionarie cinquant’anni fa sono diventate parte del nostro quotidiano.
Il futuro che Ungheri immaginava è arrivato. E forse, osservando le sue opere, ci si accorge che quel futuro aveva già cominciato a pulsare molto tempo prima.
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In copertina: Astralismo 2, polimaterico, 1959. Foto di Laura Camia
