Oggi, 14 febbraio, mentre in tante parti del mondo si celebra San Valentino, a Sorrento si festeggia un altro amore: quello profondo, identitario, viscerale per il suo santo patrono, Sant’Antonino. Un amore che attraversa i secoli e che ancora oggi si manifesta con una devozione viva, concreta, popolare.
A pochi passi da Piazza Tasso sorge la Basilica a lui dedicata, tra le più antiche della Penisola Sorrentina. Non è soltanto un luogo di culto: è il cuore spirituale della città, il luogo in cui fede, storia e tradizione si intrecciano in modo indissolubile.
La Basilica e il segno del prodigio
La Basilica di Sant’Antonino custodisce le reliquie del santo nella cripta, meta continua di pellegrinaggi. Ai lati dell’altare maggiore, due grandi teche ricolme di ex voto testimoniano una storia di fede antica e stratificata.
Ma ciò che colpisce immediatamente il visitatore è un dettaglio singolare: le ossa di balena affisse all’ingresso principale. La tradizione le collega al miracolo più famoso attribuito al santo: il salvataggio di un bambino inghiottito da un mostro marino.
Si racconta che, su invocazione della madre disperata, Antonino ordinò ai pescatori di catturare l’animale; una volta aperto il ventre della creatura, il fanciullo ne uscì vivo e salvo. Quelle ossa, ancora oggi visibili, sono diventate il simbolo tangibile di una fede che non si è mai spenta.
In un’epoca che sembra diffidare dei miracoli, la loro memoria continua a parlare. I miracoli – veri o narrati – hanno reso grandi i santi perché hanno acceso speranza nei momenti più bui: durante assedi, pestilenze, carestie. Anche Sorrento ha attribuito al suo patrono la protezione contro i nemici, le epidemie e le devastazioni.


Un monaco tra solitudine e governo
Vissuto nel IX secolo, nato probabilmente a Campagna d’Eboli, Antonino abbracciò la vita benedettina e visse tra solitudine e responsabilità pastorale. Fu legato alla figura di San Catello, condividendo con lui l’esperienza eremitica sul Monte Faito, dove – secondo la tradizione – i due ricevettero l’apparizione dell’arcangelo Michele con la richiesta di edificare un santuario.
Giunto poi a Sorrento, Antonino divenne abate del monastero di Sant’Agrippino, distinguendosi per capacità di governo e santità di vita. Alla sua morte, avvenuta proprio il 14 febbraio (intorno all’830), chiese di essere sepolto “né dentro né fuori la città”, ma nelle mura stesse: un gesto simbolico che ancora oggi racconta il suo legame indissolubile con la comunità.
La processione del santo d’argento
Se la Basilica custodisce la memoria, la città intera oggi custodisce la tradizione.
Nel giorno della festa patronale, 14 febbraio, fiumi di fedeli si recano nella cripta per rendere omaggio alle reliquie del santo. Ma è soprattutto la processione a segnare il momento più intenso: la statua d’argento di Sant’Antonino sfila per le vie principali di Sorrento, accompagnata dalle Confraternite e Arciconfraternite, dalle autorità religiose e dall’Amministrazione Comunale.
È un corteo solenne e insieme familiare. I volti sono raccolti, le mani spesso intrecciate in preghiera. Non è folklore, è appartenenza. È la città che si riconosce nella propria storia.
Un amore che resiste al tempo
Oggi, mentre si parla di amore in tutte le sue forme, Sorrento celebra il suo patrono con un amore antico e tenace. Un sentimento che non ha bisogno di spiegazioni razionali per esistere.
In un’epoca che tende a relegare il miracolo al mito e la fede alla sfera privata, la festa di Sant’Antonino ricorda che le comunità si fondano anche su racconti condivisi, su simboli che uniscono, su gesti che si ripetono nel tempo e diventano identità.
Le ossa di balena all’ingresso della Basilica, la cripta silenziosa, la statua d’argento che attraversa la città: tutto parla di una fede che ha attraversato secoli e che oggi, 14 febbraio, continua a battere nel cuore di Sorrento.
In copertina: la statua di Sant’Antonino in Piazza Torquato Tasso a Sorrento.
