Ho da poco concluso il mio corso di Letterature Comparate come docente presso l’Università delle Tre Età UNITRE di Ariccia, una realtà straordinaria e viva, probabilmente uno dei più importanti poli formativi del Centro-Sud per la formazione permanente. In quell’aula, popolata da studenti di generazioni diverse, ho avuto ancora una volta la conferma di qualcosa che per me è diventato certezza: la letteratura non è un ornamento della vita, ma una sua forma di salvezza.
Quest’anno abbiamo attraversato il cuore del Romanticismo, seguendone le traiettorie più profonde: dallo slancio inquieto dello Sturm und Drang fino alle declinazioni europee, passando per l’Inghilterra, la Francia e l’Italia. Abbiamo incontrato le voci di George Gordon Byron, Alphonse de Lamartine e Giacomo Leopardi, fino ad arrivare alla Spagna tormentata di José Zorrilla e Gustavo Adolfo Bécquer. E ogni volta mi sono accorta di quanto quelle parole, nate nell’Ottocento, continuino a parlare con sorprendente urgenza al nostro presente.
Il Romanticismo, spesso oggi semplificato o addolcito, era in realtà una forma di disobbedienza emotiva: natura oscura e sublime, interiorità lacerata, tensione verso l’assoluto. E proprio in quella frattura ho riconosciuto una delle prime grandi lezioni della letteratura: imparare a stare dentro la complessità senza ridurla.
Riflettendo con i miei studenti, mi è tornata alla mente una frase di Cesare Pavese che considero decisiva: «La letteratura è una difesa contro le offese della vita». Non è una fuga, ma un’armatura sottile. Scrivere e leggere significa davvero, come suggerisce Pavese, sottrarre al caos una forma comprensibile, quasi “rubare il segreto” dell’esistenza per renderlo abitabile.
E allora comprendo sempre meglio anche ciò che sostiene Javier Cercas: la letteratura ci salva proprio perché “non serve” in senso immediato. Il romanzo non coincide con la realtà, ma con ciò che la realtà potrebbe essere. In questa distanza, apparentemente inutile, si apre invece uno spazio essenziale: quello della libertà, dell’empatia, dell’immaginazione morale.
In un tempo in cui i nuovi media frammentano continuamente l’attenzione e semplificano l’esperienza, le riflessioni dello scrittore Abraham Yehoshua risultano ancora più attuali: la narrazione letteraria, a differenza della velocità digitale, ci obbliga a sostare dentro l’altro, a comprenderne la complessità interiore. Ed è proprio questa lentezza a custodire la nostra umanità.
A questo punto, non posso non pensare a una delle frasi più celebri della letteratura mondiale, pronunciata dal principe Myškin nel romanzo L’idiota di Fëdor Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Ma oggi, dopo anni di letture e di insegnamento, sento di poter aggiungere qualcosa: non solo la bellezza salverà il mondo, ma anche la parola che la cerca, la racconta e la custodisce.
La letteratura non è un rifugio passivo. È un esercizio di resistenza emotiva, una palestra dell’empatia, un modo per non perdere contatto con la profondità delle cose. In fondo, ogni grande testo letterario ci ricorda che esiste sempre un’altra possibilità di guardare il reale.

Comments
Tiziano
Carissima Mariagrazia,
le tue parole non solo riempiono il cuore, ma accendono una luce limpida su ciò che spesso sentiamo senza riuscire a dire: che la bellezza non è un lusso, ma una necessità dell’anima.
Leggendo il tuo racconto del corso all’UNITRE di Ariccia, ho percepito tutta la forza silenziosa della letteratura quando diventa esperienza viva, condivisa, incarnata. Hai restituito al Romanticismo la sua verità più autentica: non un sentimentalismo addolcito, ma una ribellione profonda, un grido umano verso l’assoluto, un modo coraggioso di vivere le difficoltà della vita senza cercare scorciatoie.
Le citazioni di Pavese, Cercas, Yehoshua e Dostoevskij non sono semplici riferimenti: nelle tue parole diventano passi di un cammino interiore, come se ogni autore fosse una lanterna nel buio del nostro tempo. E quel tuo pensiero finale è di una bellezza rara: non basta dire che “la bellezza salverà il mondo”, perché è vero anche che la parola che la cerca è già salvezza.
E io stesso, ora, mi ritrovo a cercare le parole giuste per ringraziarti e renderti omaggio: parole che possano raggiungerti davvero, arrivare al cuore, perché è lì che nasce il senso più profondo di ciò che hai scritto e di ciò che doni agli altri.
Hai scritto qualcosa che consola e insieme educa: ci ricorda che leggere e insegnare letteratura è un atto di resistenza, quasi una forma di fedeltà alla profondità della vita. E in un’epoca che corre e dimentica, la tua voce invita a sostare, a sentire, a comprendere.
Grazie per aver custodito la bellezza e per averle dato voce. Ti voglio bene! Il tuo amico di sempre Tiziano. 🌷🌷🌷😘😘😘🌷🌷🌷