Quando l’arte torna nei luoghi: la nuova vita degli spazi romani

Ci sono luoghi nei quali l’arte non si limita a essere esposta.

Luoghi dentro i quali entra, quasi fisicamente, nella storia dell’edificio che la accoglie, nelle sue pareti, nelle sue imperfezioni, nella memoria di ciò che quello spazio è stato.

È questa, forse, la sensazione più forte che ci si porta a casa dopo aver visitato il Fuoricentro – San Lorenzo Art Festival, che si è tenuto per la prima volta nella Capitale il 3 e il 4 ottobre 2026. 

Roma è una città abituata all’arte ma è proprio per questo che può sorprendere accorgersi di quanto saltuariamente, almeno nella percezione comune, ci si trovi davanti a una cultura del presente così viva, così libera, così poco addomesticata. Una modernità che siamo forse più abituati a pensare in città come Berlino o Parigi, dove l’arte contemporanea sembra avere trovato da tempo un rapporto naturale con gli spazi della città.

Nel quartiere romano di San Lorenzo, invece, si ha la sensazione che questo rapporto stia diventando più evidente anche nella Capitale.

L’arte non ha più bisogno di una cornice perfetta

Per molto tempo abbiamo pensato all’esposizione d’arte attraverso il filtro delle grandi gallerie, degli spazi progettati e perfettamente organizzati per accogliere le opere.

Gallerie come Gagosian hanno rappresentato, e rappresentano tuttora, una parte fondamentale del sistema dell’arte contemporanea, nel quale cultura, mercato, collezionismo e business convivono necessariamente. Ma qualcosa sta cambiando.

Oggi assistiamo con grande interesse a una sorta di riappropriazione degli spazi. Non necessariamente luoghi belli nel senso tradizionale del termine. Anzi, spesso accade esattamente il contrario.

Sono spazi nudi, ruvidi, segnati dal tempo. Spazi industriali dismessi, depositi, ex fabbriche, luoghi che hanno perso la loro funzione originaria e che vengono restituiti alla città con una nuova identità.

E proprio questa loro imperfezione diventa parte dell’opera.

Il Pastificio Cerere: quando il luogo diventa parte dell’opera

Il Pastificio Cerere, proprio nel cuore di San Lorenzo, è forse uno degli esempi più significativi di questa trasformazione.

Un ex pastificio, con ambienti che conservano ancora qualcosa della loro natura originaria: locali, depositi, spazi quasi domestici e industriali allo stesso tempo.

Camminando al loro interno, si ha la sensazione che le opere non siano semplicemente state collocate lì.

Sono entrate in dialogo con quel luogo.

E questo dialogo diventa particolarmente potente quando le opere affrontano temi come la paura, il disagio, la fragilità, la solitudine, il dolore. In quei casi, una parete perfettamente bianca può forse risultare persino troppo neutra.

Un ambiente vissuto, invece, porta con sé una memoria.

Le crepe, la materia, la luce, gli spazi angusti, ciò che resta di una funzione ormai scomparsa: tutto contribuisce alla lettura dell’opera.

Il contenitore smette così di essere un semplice contenitore. Diventa parte del contenuto.

Una storia che Roma conosce già

Non è un fenomeno completamente nuovo.

Roma ha già dimostrato di saper trasformare luoghi nati per tutt’altro scopo in importanti spazi di cultura.

Basti pensare alla Centrale Montemartini, una ex centrale termoelettrica trasformata in uno straordinario spazio museale, dove archeologia industriale e patrimonio artistico convivono in un rapporto sorprendente.

Oppure al Mattatoio, negli spazi dell’ex mattatoio di Testaccio, diventato nel tempo uno dei luoghi importanti per la produzione e la ricerca nell’arte contemporanea.

Sono esperienze che hanno anticipato un modo diverso di concepire lo spazio espositivo.

Non più necessariamente un luogo neutro nel quale l’opera viene inserita, ma un luogo con una propria identità, una propria storia e una propria fisicità.

E forse è proprio questa la direzione nella quale vale la pena continuare a guardare.

La Nuova Vita degli Spazi Romani - Centrale Montemartini di Roma
La Centrale Montemartini di Roma

E poi c’è il “Polmone pulsante”

La Nuova Vita degli Spazi Romani - Polmone Pulsante, Salita del Grillo a Roma
Il Polmone Pulsante, Salita del Grillo a Roma

In questo racconto c’è, però, un luogo che mi interessa particolarmente, il Polmone pulsante, un centro culturale creato nel cuore di Roma, nel Rione Monti, dall’artista Saverio Ungheri e attualmente gestito dal figlio Andrea.  

Un luogo che non nasce oggi, che non è stato recuperato per diventare uno spazio culturale e che proprio per questo conserva qualcosa di ancora più prezioso.

È uno spazio originale, rimasto sostanzialmente intatto dagli inizi degli anni Settanta. Un luogo che negli anni è stato un vero salotto culturale, vivace, aperto, attraversato da persone, idee, discussioni, incontri.

Un luogo che continua a vivere.

E forse oggi meriterebbe semplicemente di essere visto di più.

Perché mentre recuperiamo ex fabbriche, ex centrali, ex mattatoi e vecchi spazi industriali, dovremmo anche ricordarci del valore di quei luoghi che non hanno bisogno di essere recuperati perché non hanno mai smesso di essere vivi.

Sono una parte della nostra memoria culturale. Sono, appunto, dei polmoni. E alcuni continuano ancora oggi a respirare.

Fuoricentro, in fondo, significa anche questo

Forse il valore di un festival come il Fuoricentro sta proprio nella capacità di farci guardare Roma da un’altra prospettiva.

Fuori dal centro, ma anche fuori dagli schemi.

Fuori dalle gallerie intese come unico luogo possibile dell’arte. Fuori dall’idea che per essere contemporanea un’opera debba necessariamente essere inserita in uno spazio costruito appositamente per lei.

L’arte può stare dentro un vecchio pastificio.

Può dialogare con una parete consumata, con un pavimento industriale, con una stanza che conserva ancora le tracce di ciò che era.

E può persino aiutarci a comprendere meglio quei luoghi.

Perché quando un’opera incontra uno spazio con una storia, le due cose finiscono inevitabilmente per raccontarsi a vicenda ed è forse proprio in questo incontro, imprevedibile e talvolta persino scomodo, che l’arte contemporanea trova una delle sue forme più interessanti.

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In copertina: uno spazio dell’ex Pastificio Cerere a Roma

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