Qualche giorno fa ho avuto l’opportunità di scoprire e apprezzare il Museo dell’Olio della Sabina, che sorge all’interno di Palazzo Perelli, in un piccolo e delizioso paesino di mille anime chiamato Castelnuovo di Farfa, in provincia di Rieti.
Si tratta di un luogo molto particolare, che accoglie con lo stemma della drupa (che si ritroverà in più punti della visita e del borgo stesso) il visitatore, e che spiazza totalmente quest’ultimo, giunto nel borgo sabino con la classica idea di visitare le stanze di un ex frantoio o di vedere oggetti appartenuti ai contadini del secolo scorso. Tutt’altra scena si apre, invece, davanti agli occhi di turisti e ospiti del museo: la prima parte del percorso, come anche l’ultima, sono infatti dedicate all’esposizione permanente di opere d’arte contemporanee che spiccano per originalità e imponenza. Solo la parte intermedia della visita è totalmente improntata al museo di tipo etnografico, ma risulta non meno interessante, in quanto il visitatore ha l’opportunità di vedere presse del XVII secolo, e di percepire l’entità del passaggio del torchio in legno a trazione manuale a quello in ghisa e acciaio di tipo meccanico.

Il Museo è, in definitiva, concepito come uno scrigno d’arte, fortemente voluto dall’artista sarda Maria Lai, scomparsa nel 2013, che ha lasciato al suo interno diverse sue opere a tema, nonché vi ha dedicato grandi energie creando uno spazio interattivo (c’è perfino una stanza con un pavimento mosaicato che riprende il gioco dell’Oca), spazio ancora utilizzato quotidianamente dai funzionari del Comune di Castelnuovo di Farfa.


Il Museo dell’Olio della Sabina è un luogo magico, dove alberi di ulivo crescono a testa in giù in una grotta artificiale (“L’Ulivo viaggiante” di Hidetoshi Nagasawa), dove un tronco d’albero centenario danza nel buio di una stanza al suono di meccanismi creati ad hoc per lui (“Oleophona” di Gianandrea Gazzola), dove sulla sabbia dei pezzi di alberi di ulivo si rivelano al tatto dei bronzi (“Frammenti di un’opera incompiuta” di Alik Cavaliere).


Insomma, il Museo merita una visita, forse addirittura più di una, per percepire appieno l’importanza di un prodotto prezioso, l’olio sabino, considerato il migliore del mondo già da Galeno, medico greco del II secolo d.C. In questa realtà, si percepisce la potenza della natura messa al servizio dell’arte e della conoscenza. Maria Lai ci aveva visto davvero lungo, cucendo a doppio filo non solo i suoi libri con le parole, ma anche il territorio sabino con tutto l’amore possibile che l’arte riesce a esprimere in modo completo. Il nostro compito ora resta facile: apprezzare di gusto e ringraziare di cuore.
In copertina l’opera di Maria Lai “Olio al pane alla terra il sogno”.
