In queste settimane a Roma gli appassionati del cinema del Sol Levante hanno una straordinaria opportunità, ovvero di vedere nelle sale del Nuovo Olimpia alcuni dei capolavori del Maestro giapponese Akira Kurosawa, definito a più riprese dalla critica come “l’Imperatore del Cinema”.
Di scuola raffinatissima e di talento indiscusso, Kurosawa è ricordato soprattutto per le sue pellicole in bianco e nero degli anni ’50, che sono riuscite a creare un ponte artistico e intellettuale tra il cinema orientale ed occidentale.
Discendente da una famiglia di samurai, e fratello minore di Heigo, che di professione era un benshi, ovvero un commentatore di film muti (morto suicida all’atto dell’avvento del sonoro), Akira fece dell’incontro con il suo attore feticcio Toshirō Mifune il pivot della sua vita artistica: insieme, i due girarono ben 16 film, quasi tutti capolavori, dove il regista seppe trarre da Mifune (nato in Cina da famiglia giapponese) una luce e un carisma particolarissimi, che alla visione di film come Cane randagio (1949), Rashōmon (1950), I Sette Samurai (1954) e Barbarossa (1965) appaiono evidenti.


Insignito più volte di riconoscimenti prestigiosi quali la Palma d’Oro, l’Oscar e il Leone d’Oro, Kurosawa non è stato, tuttavia, esentato da periodi di crisi e difficoltà: basti pensare che nel 1971 tentò il suicidio, poiché non riusciva a produrre il film Kagemusha, che uscì poi nel 1980 sponsorizzato e prodotto dai suoi ammiratori George Lucas e Francis Ford Coppola.
Il segreto del successo planetario del Maestro nipponico della Settima Arte? Si trova sicuramente nell’aver trasposto sul grande schermo temi universali legati alla sfera psichica ed emotiva umana portando sempre lo spettatore ad empatizzare fortemente coi personaggi delle varie trame. La questione morale risulta, inoltre, sempre centrale nelle pellicole di Kurosawa: ogni singolo protagonista sembra ritrovarsi ad affrontarla, come in un percorso iniziatico di tipo classico che, attraverso gesti e atti catartici o distruttivi, porta sullo schermo una riflessione che per lo spettatore risulta inevitabile.
Risoluto e maniacalmente preciso sul set, Kurosawa ha saputo dunque unire la tradizione (soprattutto teatrale) orientale e alcuni topoi della letteratura occidentale nei suoi samurai che agiscono con eleganza in epoche lontane e nei poliziotti che si muovono con scaltrezza in atmosfere noir degne del migliore cinema hollywoodiano degli anni ’40 e ‘50. Fino al 25 giugno, chi ama il grande cinema potrà godere di proiezioni in lingua originale (sempre precedute da una introduzione critica) di pellicole indimenticate e indimenticabili: un’occasione imperdibile per rendere un degno omaggio a un vero Imperatore.

