IL FASCINO RIBELLE DELL’IRLANDA

Un viaggio a Dublino tra arte, letteratura, musica e quella particolare anima irlandese che sembra non avere mai smesso di essere ribelle.

Ci sono luoghi che si visitano e luoghi che, invece, sembrano entrare dentro di noi.

L’Irlanda appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il mio recente viaggio a Dublino è stato, prima ancora che un viaggio geografico, un incontro con un’identità. Un’identità forte, riconoscibile, quasi ostinata, che emerge nelle strade della capitale, nei suoi edifici georgiani, nella letteratura, nella pittura, nei pub e nella musica.

Ma anche fuori dalla città, nel paesaggio irlandese, si avverte qualcosa di difficile da spiegare razionalmente: il senso di una terra antica, profondamente legata alle proprie radici celtiche, capace di conservare una sorta di malinconia orgogliosa e, allo stesso tempo, una straordinaria vitalità.

Dublino ne è forse la sintesi perfetta.

Una città apparentemente tranquilla, ma attraversata da una vena inquieta e ribelle che ha prodotto alcuni dei più grandi scrittori, artisti e musicisti degli ultimi due secoli.

L’arte: quando un Caravaggio riemerge dall’oblio

Una delle tappe che più mi ha colpito è stata la National Gallery of Ireland.

Qui si incontra un patrimonio artistico di grande livello, ma c’è un’opera che, inevitabilmente, catalizza l’attenzione: La Cattura di Cristo di Caravaggio.

Il dipinto, realizzato nel 1602, è un’opera di una potenza straordinaria. La luce, il buio, i volti improvvisamente illuminati, la drammaticità quasi cinematografica della scena: tutto contribuisce a creare quella tensione che rende Caravaggio immediatamente riconoscibile. 

Ma la storia del quadro è quasi incredibile quanto il quadro stesso.

Per molto tempo considerato perduto, venne riconosciuto soltanto nel 1990 dal conservatore Sergio Benedetti, che lo individuò nella sala da pranzo della comunità dei Gesuiti di Dublino. Era rimasto nascosto sotto strati di vernice alterata e per decenni era stato attribuito erroneamente a un altro pittore. Dopo tre anni di studi e verifiche, la sua autenticità venne finalmente riconosciuta. 

Trovarsi davanti a quel dipinto a Dublino significa quindi assistere non soltanto a un capolavoro, ma anche a una delle più affascinanti storie di riscoperta della storia dell’arte.

E poi ci sono i pittori irlandesi.

Tra questi, Jack Butler Yeats, fratello del poeta William Butler Yeats, premio Nobel per la letteratura. La sua pittura è lontana dalla precisione descrittiva tradizionale: pennellate fluide, colori accostati in maniera spesso sorprendente, figure che sembrano quasi dissolversi nella materia pittorica.

È una pittura profondamente irlandese, nella quale il paesaggio e le persone sembrano appartenere allo stesso racconto. E forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’Irlanda: la sua cultura non sembra mai completamente separare l’uomo dal territorio.

Una città di scrittori

Dublino ha prodotto una quantità impressionante di letteratura.

È difficile percorrerne le strade senza incontrare le tracce di Oscar Wilde, James Joyce, Samuel Beckett, George Bernard Shaw, Bram Stoker, W.B. Yeats e di tanti altri protagonisti della cultura irlandese.

E tra tutti, Oscar Wilde occupa un posto particolare.

La sua casa di Merrion Square, dove crebbe durante l’infanzia e l’adolescenza, si trova proprio nel cuore di quella Dublino elegante e georgiana che sembra quasi fare da contrappunto alla personalità irriverente dello scrittore.

È curioso pensare a quel ragazzo destinato a diventare uno dei più celebri dandy della storia della letteratura mentre cresceva in questo ambiente apparentemente ordinato e rispettabile.

Wilde, invece, avrebbe fatto della provocazione, dell’intelligenza e dell’estetica strumenti di libertà.

La sua casa si trova proprio di fronte alla celebre statua dello scrittore, sdraiato con atteggiamento ironico su una grande roccia di quarzo. Un’immagine perfettamente coerente con l’uomo che amava trasformare anche la propria esistenza in una forma d’arte. 

E forse non è casuale che proprio Dublino abbia generato una figura come Wilde. La città sembra infatti avere nel proprio DNA una certa insofferenza verso le convenzioni.

James Joyce e la città trasformata in letteratura

Al James Joyce Centre, nel cuore di Dublino, si entra letteralmente dentro il suo universo letterario.

Una delle parti più interessanti è l’allestimento dedicato a Ulysses, nel quale oggetti, riferimenti e materiali evocano i luoghi, i personaggi e gli episodi del romanzo.

Il Centro conserva inoltre la porta originale del numero 7 di Eccles Street, l’indirizzo immaginario di Leopold e Molly Bloom, mentre nel cortile una serie di murales ripercorre i diciotto episodi dell’Ulisse.

È una sensazione particolare.

Joyce prese una città apparentemente ordinaria e la trasformò in un universo letterario.

Dublino, dopo Joyce, non è più soltanto Dublino. È Leopold Bloom che cammina per le sue strade. È Stephen Dedalus. Sono i pub, le case, i ponti, le vie, le voci e perfino gli odori di una città trasformati in materia narrativa.

È forse questa la grandezza di Joyce: dimostrare che non serve inventare un mondo fantastico quando il mondo reale, osservato fino alle sue pieghe più profonde, può diventare esso stesso letteratura.

E poi arrivano i pub

Sarebbe impossibile raccontare Dublino fermandosi nei musei.

Perché c’è un’altra forma d’arte che appartiene profondamente all’Irlanda: la musica.

E per ascoltarla bisogna entrare in un pub.

Non necessariamente nei locali più eleganti o turistici. Anzi, spesso è proprio nei luoghi più autentici che si comprende meglio lo spirito irlandese.

The Celt, The Cobblestone e tanti altri pub sono luoghi nei quali la distanza tra pubblico e musicisti sembra improvvisamente scomparire.

Poi c’è lei, inevitabile: la Guinness. Ma la Guinness, in Irlanda, non è soltanto una birra. È quasi un elemento scenografico.

Il bicchiere nero e cremoso sul bancone, la musica che parte, qualcuno che canta, qualcuno che ascolta in silenzio e, improvvisamente, quella strana sensazione che tutto diventi più lento.

La musica tradizionale irlandese ha qualcosa di particolare. Può essere malinconica, allegra, struggente, persino travolgente. Ma quasi sempre contiene una componente emotiva che arriva immediatamente.

È musica che non ha bisogno di essere spiegata, che allarga il cuore. E forse proprio in quei momenti, seduti in un pub con una Guinness davanti, si comprende qualcosa che nessun museo potrebbe spiegare.

Ritratto di Arthur Guinness, birraio che creò la Guinness nel 1759 (fonte: Wikipedia)
Ritratto di Arthur Guinness, birraio che creò la Guinness nel 1759 (fonte: Wikipedia)

Un’identità costruita sulla libertà

L’Irlanda è un Paese piccolo.

Eppure la sua influenza culturale nel mondo è enorme.

Ha esportato scrittori, poeti, musicisti, attori e idee ben oltre i propri confini. Dalla letteratura alla musica rock, dalla tradizione celtica alla cultura popolare, esiste una costante ricerca di libertà individuale che attraversa epoche e generazioni.

Basti pensare a figure diversissime tra loro come i citati Oscar Wilde, James Joyce, W.B. Yeats, Peter O’Toole, e poi Bono, Sinéad O’Connor o Bob Geldof.

Persone lontanissime per epoca, professione e stile, ma accomunate da una caratteristica: non essere mai state completamente addomesticabili.

Forse è questo il vero fascino dell’Irlanda. Non la perfezione, non l’omogeneità, bensì quella capacità di conservare una propria identità pur cambiando continuamente.

Dublino oggi, l’Irlanda di sempre

C’è poi una curiosa coincidenza temporale.

Dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 l’Irlanda detiene la Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea per l’ottava volta, con un programma incentrato su competitività, valori e sicurezza. 

E viene quasi da sorridere pensando alla contrapposizione tra questa Irlanda contemporanea, protagonista delle istituzioni europee, tecnologica, internazionale e profondamente integrata nell’economia globale, e quella terra antica che ancora emerge dalla musica, dalla letteratura, dai paesaggi e dalle tradizioni.

In realtà non c’è alcuna contraddizione. È proprio questa capacità di essere contemporaneamente antica e moderna a rendere l’Irlanda così affascinante: un Paese che ha saputo entrare pienamente nella modernità senza rinunciare alla propria anima.

E allora sì: la Presidenza europea di turno è in ottime mani.

Forse la cosa più interessante è che, dopo qualche giorno trascorso a Dublino, viene spontaneo pensare che l’Irlanda abbia qualcosa da insegnare all’Europa ben oltre le istituzioni.

La capacità di ricordare da dove si viene.

La forza di difendere una propria identità.

E, soprattutto, quella straordinaria libertà di essere un po’ ribelli.

Perché in fondo è proprio questo il fascino dell’Irlanda: una terra verde, malinconica, musicale e orgogliosa.

Una terra che sembra avere imparato a trasformare la propria storia in cultura, la propria cultura in identità e la propria identità in una forma irriducibile di libertà.

___

In copertina: Tiziano Vecellio – Ecce Homo (National Gallery of Ireland), 1550-1560, olio su tela, 73,4 x 56cm

Condividi su:

Lascia un Commento