Oggi, 17 gennaio, Mamoiada si ferma.
Il tempo rallenta, le voci si abbassano, il silenzio diventa denso come l’aria fredda dell’inverno barbaricino. È il giorno di Sant’Antonio Abate, ed è il giorno in cui, ancora una volta, la Sardegna più arcaica torna a camminare tra gli uomini.
Dalle strade del paese emergono figure scure, imponenti, ancestrali: i Mamuthones. Le loro maschere di legno nero, scolpite con ghigni severi e dolorosi, sembrano portare sul volto il peso dei secoli. I campanacci – decine, legati sulla schiena – scandiscono il passo con un suono profondo, ipnotico, che vibra nel petto prima ancora che nelle orecchie. È un ritmo antico, primordiale, che non si ascolta: si subisce.

Buio e luce
Il primo grande contrasto è quello visivo e simbolico.
I Mamuthones sono il buio: il nero delle pelli, il volto chiuso, l’andatura lenta e faticosa. Rappresentano l’inverno, la notte, la morte apparente della natura. Ogni loro passo è un peso, ogni movimento una fatica rituale, come se incarnassero il dolore necessario alla rinascita.
Accanto a loro, ecco gli Issohadores.
Colorati, eleganti, luminosi. Indossano camicie bianche, casacche rosse, pantaloni chiari, e si muovono con grazia e controllo. Dove i Mamuthones sono silenzio e ombra, gli Issohadores sono luce e ordine, vita che avanza, equilibrio che guida il caos. Con la soha, la fune lanciata con gesto preciso, catturano simbolicamente gli spettatori: un augurio di fertilità, fortuna, continuità.
Inverno ed Estate
La sfilata è profondamente legata al ciclo delle stagioni.
Gennaio è il mese più duro, quello della terra fredda e in attesa. I Mamuthones sembrano provenire da questo tempo sospeso, in cui tutto pare immobile ma, sotto la superficie, la vita si prepara a tornare. Il loro incedere pesante richiama il lavoro agricolo, la fatica dei campi, il sacrificio necessario perché l’estate possa arrivare.
Gli Issohadores, invece, anticipano la stagione chiara: sono promessa di primavera ed estate, di raccolto, di abbondanza. Insieme, le due figure raccontano l’eterno dialogo tra ciò che muore e ciò che rinasce.
Vita e Morte
Magia? Religione? Esoterismo? Forse tutto questo. Il rito dei Mamuthones sfugge a definizioni semplici perché parla il linguaggio universale dei simboli. Si narra che rappresenti il passaggio dalla morte alla vita, dall’oscurità alla luce, come rito apotropaico per allontanare gli spiriti maligni e propiziare il futuro.
Nel passo cadenzato dei Mamuthones c’è la morte che non è fine, ma trasformazione. Nei colori degli Issohadores c’è la vita che non dimentica le proprie ombre. È un equilibrio fragile e potentissimo, lo stesso che regge l’esistenza umana.
Il rito che si ripete
Oggi, come ogni 17 gennaio, Mamoiada non mette in scena uno spettacolo: vive un rito. Non c’è finzione, non c’è folklore da cartolina. C’è una comunità che rinnova un patto antico con il tempo, con la terra, con la propria identità.
La sfilata dei Mamuthones segue, rincorre e riproduce la magia della vita stessa: fatta di luce e buio, di inverno ed estate, di vita e morte. E forse è proprio questo il suo segreto più profondo: ricordarci che nessuna ombra esiste senza una luce pronta a tornare.

Comments
Francesca Massi
Ha ragione chi ha scritto prima di me. Susciti emozioni. Grazie