Federico Fellini ha sempre cercato artisti capaci di oltrepassare la superficie della realtà. Tra le figure a lui più vicine c’è Lorenzo Ostuni: pittore, incisore di specchi, ricercatore simbolico e studioso di linguaggi esoterici, con cui il regista avrebbe instaurato un rapporto umano e intellettuale profondo.
Nel video-testimonianza narrato da Giorgio Cerquetti e dallo stesso Ostuni, emerge il ritratto di un artista rimasto lontano dai riflettori ma centrale in un possibile percorso di formazione interiore di Fellini. Secondo quanto riportato da Angelucci, collaboratore del regista, egli avrebbe riconosciuto in Ostuni una sorta di “maestro nascosto”, capace di influenzare la sua visione del mondo e, indirettamente, anche del cinema.
Ostuni racconta infatti che Fellini frequentava il suo studio, dove il confronto non era solo artistico ma si estendeva a simboli, spiritualità, numerologia e tradizioni rinascimentali. In questo dialogo si intrecciavano linguaggi diversi, tutti orientati verso una stessa direzione: comprendere l’immagine non come rappresentazione della realtà, ma come accesso a una dimensione interiore.
Questo aspetto aiuta a rileggere il cinema felliniano come un sistema di archetipi e visioni, più vicino al sogno che alla narrazione lineare. Un cinema in cui l’immagine non descrive, ma rivela.
La parte più affascinante del racconto riguarda il cosiddetto “patto sull’immortalità” tra Fellini e Ostuni: chi dei due fosse morto per primo sarebbe tornato a manifestarsi all’altro come prova della sopravvivenza dell’anima. Dopo la morte del regista, Ostuni descrive una lunga preparazione rituale, seguita da un’esperienza visionaria in cui Fellini gli sarebbe apparso, trasmettendogli due messaggi simbolici: di essere finalmente “entrato nel tempio” e che ciò che appartiene alla terra deve restare sul “piccolo schermo della terra”, mentre ciò che è celeste appartiene al “grande schermo del cielo”.
Ciò che emerge è una visione dell’arte come passaggio, soglia, trasformazione: un linguaggio che non si esaurisce nella materia dell’opera, ma che continua oltre di essa, nel territorio dell’immaginazione e della coscienza.
Questa idea trova un ulteriore sviluppo nel lavoro di Ostuni sugli specchi e nella sua ricerca simbolica, dove l’immagine riflessa diventa strumento di indagine interiore. È proprio qui che il percorso ideale tra Fellini e Ostuni sembra trovare un punto di convergenza: l’arte come varco verso il mistero e la trasformazione interiore.
La mia esperienza personale
Il 17 maggio 2026 ho avuto il privilegio di partecipare a uno degli incontri del percorso I 7 Specchi del Cielo, presso L’Officina degli Specchi Incisi, laboratorio di arte esperienziale fondato da Ivano D’Annibale e condiviso con Laura Polizzi.
Non si è trattato di un semplice evento artistico, ma dell’ingresso in uno spazio sospeso, dove arte, simbolo, luce e introspezione convivono in una dimensione difficile da definire con categorie ordinarie. In quel luogo il tempo cambia consistenza: rallenta, si distende, e progressivamente lascia emergere un’altra forma di attenzione.
Gli specchi incisi di Ivano D’Annibale non sono oggetti decorativi, ma superfici vive attraversate da simboli, geometrie e archetipi che sembrano emergere dalla materia stessa della luce. Ogni incisione, realizzata a mano libera con punta diamantata, porta con sé la traccia del gesto e della concentrazione che l’ha generata.
Per l’artista, l’incisione non è solo tecnica ma pratica meditativa: un esercizio di presenza assoluta in cui ogni segno è definitivo e non correggibile. Proprio questa irreversibilità rende il lavoro radicale e profondamente autentico.
La Mirror Experience, sviluppata proprio a partire dagli studi e dalle intuizioni di Lorenzo Ostuni, si fonda su tre elementi: Sole e Luce, Specchio e Simbolo. Durante l’incontro questi elementi hanno agito in modo coerente, creando uno spazio di ascolto interiore raro nella quotidianità contemporanea.
Lo specchio, in questo contesto, non è mai solo un oggetto. È un dispositivo simbolico e filosofico. Davanti ad esso, il principio socratico del “conosci te stesso” assume una forma concreta e immediata: il volto riflesso diventa soglia, non immagine.
Sedersi davanti a uno specchio inciso significa infatti assistere alla trasformazione della propria immagine. Il riflesso si frammenta, si interrompe, perde stabilità. Non si tratta di un effetto spettacolare, ma di un’esperienza percettiva sottile, in cui la consueta identità visiva viene temporaneamente sospesa.
Laura Polizzi accompagna questo processo con discrezione e sensibilità, mantenendo lo spazio dell’esperienza aperto e non invadente, permettendo a ciascuno di attraversare il proprio vissuto interiore senza forzature.
I simboli incisi sugli specchi — planetari, archetipici, elementali — non funzionano come decorazioni esoteriche, ma come attivatori percettivi. Parlano una lingua precedente al pensiero razionale, agendo su livelli intuitivi ed emotivi.
Nel laboratorio emerge chiaramente come arte e conoscenza possano ancora coincidere. Non un’arte da osservare soltanto, ma un’arte che chiede presenza, partecipazione e disponibilità al cambiamento.
La serie degli Specchi Planetari amplifica questa esperienza: ogni superficie sembra emettere una propria qualità di luce e di atmosfera. Il riflesso non si limita a restituire l’immagine, ma la trasforma, come se la materia stessa entrasse in dialogo con chi osserva.
Esperienze di questo tipo non offrono risposte, ma domande. Non indicano una direzione, ma aprono uno spazio di attenzione.
Uscendo dall’Officina degli Specchi Incisi resta la sensazione di aver attraversato non solo un luogo artistico, ma un dispositivo di ricerca interiore. Un punto di incontro tra immagine, simbolo e percezione, dove l’arte torna a essere esperienza viva e interrogazione aperta.
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