L’eccellenza del Made in Italy ci rende famosi in tutto il mondo, ed è innegabilmente un elemento in netta e forte connessione con la cultura.
Cultura è, infatti, trasmettere bellezza, è testimoniare valori che non scadono o invecchiano nel tempo, è impegnarsi per promuovere idee che migliorino la società o che, almeno, la rendano più felice.
In questo quadro teorico si inserisce perfettamente la realtà pratica di un borgo incantato, quello di Solomeo, una frazione di Torgiano, in Umbria.
È qui che si è sviluppata, nel corso degli ultimi decenni, quella che gli americani definirebbero una “best practice”. Qui, infatti, vive e lavora un imprenditore dei tessuti, Brunello Cucinelli, che tutto il mondo conosce e ci invidia.
Cucinelli vanta origini contadine, lavora sodo da tutta la vita, e, con il supporto prezioso della moglie Federica e del suo staff, è riuscito a restaurare e a far rivivere un paese che è tutt’uno con la sua azienda, e dove tutti lavorano di buon grado, in sintonia tra loro e in armonia col Creato.
Cucinelli ha ristrutturato il teatro, la chiesa e gli edifici del borgo, mettendoli ad uso comune, costruito campi di calcio e un’area-monumento dedicata alla rispettabilità umana, definita “Tributo alla Dignità dell’Uomo”, uno spazio dove i dipendenti trascorrono volentieri parte della loro pausa pranzo quando il sole brilla alto nel cielo di Solomeo.


Parlo di tutto ciò non da lettrice, ma da visitatrice. Ho avuto la fortuna di trascorrere a Solomeo un intero pomeriggio d’estate, accompagnata dal giovane e gentilissimo Alberto, collaboratore diretto di Cucinelli. Senza prendere un appuntamento, senza che io gli chiedessi nulla, Alberto mi ha fatto da guida e mi ha aperto le porte del borgo e del negozio illustrandomi, non senza un certo orgoglio, i principi su cui si fonda la scuola di alta sartoria che lo stesso Cucinelli ha fondato, e che ogni anno accoglie circa dieci nuovi aspiranti sarti, tutti giovani, tutti motivati. E tutti retribuiti, come ci tiene a sottolineare Alberto. Anche il tema del tempo è cruciale nel nostro conversare: gli chiedo se è tutto vero quel che si legge, che Brunello non ammette che i dipendenti siano disturbati da e-mail o WhatsApp al di fuori delle ore lavorative, perché devono ritemprarsi in vista degli impegni del giorno successivo. Anche in questo caso, il collaboratore mi ribadisce che sì, che è tutto vero, e che quel che si legge di positivo è ancora poco rispetto a quel che si vive lì.
Dopo una visita in negozio, una gioia per gli occhi e per le mani (i tessuti sono davvero all’altezza della fama, e il prezzo molto consistente sembra sia motivato dal fatto che i capi, dai colori preferibilmente naturali per superare le mode del momento, sono destinati a durare per generazioni), il giovane Alberto mi fa omaggio di una bottiglia di olio prodotto da una piccola azienda umbra per conto di Cucinelli. Un gesto di cortesia che, oltre a spiazzarmi, mi fa esclamare che la gentilezza rimane un regalo ineguagliabile della vita, e che ho fatto bene a sondare di persona la realtà che, dalle letture di questi anni, mi aveva tanto incuriosita al punto da volerla vedere da vicino.
Al tramonto mi congedo da visi sorridenti e strette di mani, e rientro a casa pensando che è proprio vero che la cultura, quella vera, fondata sul rispetto e la valorizzazione di ogni essere vivente, fa miracoli.
